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venerdì, 04 dicembre 2009
Era domenica in Borneo. E la domenica lavorare ancora può essere un po' troppo. La spiaggia piena di granchi non attirava, e nemmeno l'Oceano Indiano pieno di pescecani. Il bagno in piscina? La partita a tennis? Che palle.
Così prendemmo una macchina e ci mettemmo in marcia sulla strada litoranea verso l'ovest cercando di vedere qualcosa di più del Borneo. Usciti dalla città, c'era ben poco, qualche baracca, un cimitero, ...
Circa venti chilometri dopo la strada terminava su un ponte crollato. L'unica era tornare indietro o al limite puntare verso l'interno usando qualcuna di quelle stradine che si intravvedevano a volte.
Poco coraggiosi e forse giustamente sospettosi tornammo indietro in albergo. Solo diverso tempo dopo ebbi la conferma che i rimpicciolitori di teste ancora lavorano all'interno del Borneo.
lunedì, 26 ottobre 2009
Si discuteva della motivazione allo studio sul blog "Filosofi per caso".
Marco Lodoli, in una sua riflessione sulla comunicazione tra gli studenti e i professori, dice che (la Repubblica 21/11/2007) “a volte capita la giornata d'oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore”.
E riporta l'intervento di uno studente in una discussione in cui si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi”.
«Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino, un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita.
Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più.
Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo.
Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto?
E' semplice. Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull'eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo.
Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all'economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli.
Ecco dov'è l'ipocrisia.
Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l'Occidente si regge solo sulla frenesia, sull'avidità, sul desiderio folle.
Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere.
La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare.
Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene.
Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai.
Senza desideri assatanati l'Occidente precipita.
Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere.
Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c'è niente da fare, se il desiderio non pompa l'acqua non sgorga: Se il desiderio si blocca, si blocca tutto.
E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili.
Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani; che genera un arraffa - arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio e nessuno vi sta a sentire.
Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca.
Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto per minuto, altrimenti si sbraca.
Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l'autobus su cui viaggiamo, e questo non può accadere».
(Testo rubato a "Dispensa di sociologia politica" di VACLAV BELOHRADSKY)
sabato, 17 ottobre 2009
  Solo a palazzo Grazioli se ne trovano ancora un po'.
mercoledì, 14 ottobre 2009
Ripensavo tempo fa alla Babele capovolta che si sta verificando oggi, al fatto che le lingue spariscono ed il nostro modo di parlare si uniforma sempre di più. (Vi siete accorti che i dialetti in cui siamo cresciuti sono quasi spariti?).
La varietà linguistica va scomparendo, lingue millenarie sono diventate di nicchia, lingue da proteggere (il greco).
Se la Torre di Babele fu una tragedia, adesso sta avvenendo il contrario, mai come adesso è facile comunicare, eppure il crollo della torre di Babele, la sparizione della varietà linguistica, sembra comunque catastrofico.
E ho il sospetto che l'uniformarsi del linguaggio favorisca il potere centrale contro i sudditi (o i cittadini, dipende dai punti di vista).
E il linguaggio unificato di oggi, l'inglese che tutti parlano, mi ricorda molto gli stradoni delle città imperiali, le strade larghissime pensate più per far sfilare eserciti e carri armati che per i cittadini (Mosca è il mio prototipo, chi non la conosce può fare riferimento a Parigi).
I grandi linguaggi ed i boulevard servono il potere più che i cittadini.
I piccoli linguaggi e le stradine si prendono cura della ricchezza della diversità.
Ci ritornerò, il linguaggio ed il potere sono continuamente attorcigliati, come l'elica del DNA.
lunedì, 05 ottobre 2009
Nel racconto di conan Doyle Silver Blaze (incluso nell'antologia "Le memorie di Sherlock Holmes") l'investigatore risolve il caso notando un cane che non aveva abbaiato.
"... e poi c'è il curioso incidente del cane"
"Ma il cane durante la notte non fece niente"
"Proprio questo è l'incidente curioso".
In definitiva Holmes risolve il caso notando quello che manca nello scenario, non gli elementi presenti.
Mi ricorda quello che raccontava degli arabi e della lingua araba un mio amico siciliano: "Un italiano esprime un concetto con le parole che dice, un arabo esprime un concetto con le parole che non dice".
Per come l'ho capito, egli intendeva spiegare quel modo di parlare obliquo, quello stile a volte definito levantino, per cui non è mai opportuno puntare direttamente il bersaglio del discorso, ma è buona norma girarci intorno, finchè l'altro non capisce. (Sempre se capisce).
La vita reale è analoga ai discorsi in arabo ed alle storie di Conan Doyle, non serve cercare infiniti dettagli o visioni alternative, ma è molto più sensato cercare ciò che manca.
E' una visione molto distante dall'abbondanza di merci, di informazioni, di giornali e siti web che c'è oggi. A volte l'abbondanza è solo un impaccio, è solo rumore che copre la soluzione, perchè alcuni probblemi si risolvono non per addizione, ma rintracciando una forma e delle assenze.
KS
martedì, 22 settembre 2009
"Stiamo tutti imbambolati davanti ad uno schermo, della tv o del pc, cambia poco." dice un altro blogger.
C'è qualcosa di vero, ma risiede sostanzialmente nel comune contenuto sedativo (nel senso di tranquillante, anestetico) dei due media TV e web.
La tv presuppone dei consumatori passivi che assistono ad uno spettacolo (ricordare che anche pubblicità e TG sono spettacolo).
Sul web si può comunicare, ma uno degli effetti principali è che gli utenti hanno a disposizione uno schiavo docile (il pc + internet) che li fa sentire attivi, vivi. Dopo un po' questa sensazione di potere diventa una dipendenza da internet. Così gli internauti si rifugiano davanti ad uno schermo e dimenticano di vivere la propria vita.
Da alcuni punti di vista internet è peggio della TV. E' un barbiturico ben più potente che può avere notevoli effetti sedativi.
KS
nota: il post originario è http://perlesparse.splinder.com/post/21342603/Datata...
mercoledì, 16 settembre 2009
Su il circolo degli eclettici (http://ilcircolodeglieclettici.it/libri_7.html) leggo i consigli a un giovane scrittore di Vincenzo Cerami e resto perplesso.
Sono certamente buoni consigli, ma non tengono conto del contesto.
Un importante aspetto da considerare è il mondo esterno. Molto spesso il merito non viene premiato mentre il conformismo è redditizio. Così chi scrive su temi di moda ha più probabilità di essere letto, rispetto a chi scava nel profondo.
Basta fare un giro in libreria per vedere che molti dei best-sellers non dicono niente di realmente nuovo (un esempio potrebbe essere il Moccia di "Tre metri sopra il cielo", ma una prima occhiata a "La solitudine dei numeri primi" mi dà sensazioni analoghe).
Basta poi studiare la storia della letteratura per scoprire che molti autori importanti furono praticamente ignorati in vita.
A farla breve, il primo consiglio che darei ad un aspirante scrittore sarebbe di trovarsi un mestiere per campare. Una volta risolto il problema della vita quotidiana, sarà libero di dedicarsi alla scrittura, senza preoccuparsi di scrivere ciò che vuole il suo padrone. A questo punto i consigli di Cerami mi appaiono applicabili.
Però terrei in conto anche il fattore interno. Uno scrittore dovrebbe sapere anche perchè scrive, dovrebbe essere di capace di esplorare dentro se stesso per capire le sue motivazioni profonde. (O anche superficiali, a volte si scrive per semplice voglia di notorietà ).
Resta il fatto che chi non conosce se stesso difficilmente riuscirà a raccontare dettagli significativi del mondo. E' difficile scendere negli abissi se non si conoscono i propri abissi. (Qui mi torna in mente "Wuthering Heights", malamente tradotto come "Cime tempestose").
Però può anche essere divertente scrivere con leggerezza, senza troppe preoccupazioni di indagare l'assoluto. Non tutti hanno voglia di ripetere la carriera di Philip Kindred Dick. Mi appare onesto. Chi sa galleggiare sullo Zeitgeist riesce a scrivere anche cose gradevoli ed a volte ottiene discreto successo.
Fermo restando che il miglior modo per avere successo è avere un parente importante in una Casa editrice.
Vale infine la pena di ricordare che il miglior modo per imparare a scrivere è farlo, scrivere intendo.
La migliore scuola a volte è la semplice pratica. Ed il web in questo può dare un ausilio poderoso. Sul web forse non si raggiunge la fama, ma sono molti i posti in cui si ricevono utili consigli e critiche feroci.
Solitamente le critiche feroci sono quelle che fanno crescere di più.
K.S.
venerdì, 04 settembre 2009
E' incredibile quante conoscenze tendono ad evaporare se non abbiamo una chiave di interpretazione. Esemplare è il caso delle strade che percorriamo più volte e non sappiamo raggiungere, in mancanza di una mappa mentale che le interconnetta e dei nomi delle strade.
In modo analogo, capita spesso di ripercorrere strade note e di non riconoscerle a prima vista.
L'organizzazione delle informazioni è indispensabile per poterle utilizzare. Ma l'organizzazione deforma la realtà ("La mappa non è il territorio").
Costruire mappe è analogo al trovare significati. E' una di quelle attività regolari della mente umana che ordinano e rendono coerente l'assieme delle informazioni memorizzate, ottimizzando (o meglio, economizzando) l'uso di risorse.
Chiaramente la costruzione è un'attività fortemente simbolica, che può giungere ad elevati livelli di astrazione.
Oggi la capacità di costruire mappe sta scemando, sostituita dai riti del consumo tecnologico. Invece che studiare con attenzione il proprio ambiente è sufficiente consultare il navigatore GPS o fare una telefonata. In molti casi non si riesce più a vedere il mondo senza il tramite della tecnica.
domenica, 23 agosto 2009
Nelle discussioni estive sul superenalotto un amico teorizza un archetipo dell'immaginario collettivo: la memoria dei numeri. Solo se i numeri hanno memoria essi dopo un po' che non escono si stufano e decidono di farsi vedere.
lunedì, 03 agosto 2009
Trappole
Ogni volta che si ritrova prigioniero di eventi sgradevoli l'uomo ricerca ardentemente la libertà . A lungo la brama ed a volte la raggiunge. Ma quando poi l'uomo è libero, in breve tempo costruisce una gabbia e si richiude dentro di essa. Spesso questo rinchiudersi in gabbia l'uomo lo chiama "libertà ".
Fughe
La religione inizialmente appare semplificare la vita degli uomini. Si accettano alcuni dogmi e su quelli si basa il resto. Non c'è bisogno di sforzarsi.
C’è una razionalità di fondo nella fede, il buon senso di chi sa che non si può perennemente mettere tutto in discussione e da qualche parte bisogna appoggiarsi. In pratica si seguono dei principi di economia mentale.
All'inizio funziona bene, ma con il tempo la religione allarga il suo potere. Alla lunga l'apparato normativo della religione, istituzionalizzato in una Chiesa, diventa opprimente e si cercano vie di fuga. La libertà del commercio appare come una scappatoia.
La libertà del commercio
Il mondo commerciale sembra liberare dal precedente mondo religioso, il quale poneva infiniti paletti alla libertà dell'individuo. Ad una molteplicità di norme il commercio sostituisce una singola norma base (quasi una grundnorm): l'uomo deve guadagnare quanto più denaro sia possibile, poi con il denaro potrà comprare tutto quello che vuole (o di cui ha bisogno). All'uomo comune questa semplificazione normativa piace molto, è una semplificazione esistenziale. Solo che essa ha qualche aspetto di un patto con il Diavolo.
Ciò che era un mezzo (il denaro) diventa un fine e tutti i fini umani gradualmente perdono significato. Anche le persone diventano merce e questo ad alcuni può piacere (1). Si fa il proprio lavoro per denaro e questo giustifica i propri comportamenti. Anche nel lavoro tutto diventa semplice tecnica.
Ma la realtà è davvero così semplice? Direi di no. Alla lunga il commercio porta l'abbondanza delle merci, che si scontra con la semplicità concettuale originaria. Alla fine il sempliciotto si ritrova in un eccesso di merci di cui in realtà non sentiva il bisogno.
La trappola si richiude sempre sull'uomo che rifiuta la sfida della complessità . Solo la ricchezza di idee può consentire di sfuggire al proliferare incontrollato di merci inutili.
KS
Note:
(1) Molto spesso il libero arbitrio è solo una scocciatura.
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